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Questo blog raccoglie le iniziative e il dibattito delle ragazze e dei ragazzi che portano avanti il Partito Democratico a Poggibonsi lavorando nei propri circoli e coordinandosi in un gruppo che ha l'obbiettivo di coordinare i giovani eletti nei vari circoli oltre a cercare di catalizzare i ragazzi che giovani si avvicinano alla politica.
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domenica 20 aprile 2008

Ave Silvio, morituri te salutant

Poteva andare peggio». «No». Così, nel 2001, Altan sintetizzava gli umori dell'elettorato di centrosinistra. Stavolta invece poteva andare peggio: poteva vincere Berlusconi e in più potevano tornare in Parlamento tutti gli artefici della sua terza, terrificante reincarnazione. Invece qualcuno resta a casa. Mastella s'è subito riciclato commentatore tv grazie al Tg2, come le vecchie glorie del pallone che non riescono a trovarsi un mestiere. Tweed Berty s'è accomiatato dalla classe operaia all'Hard Rock Bar di via Veneto, mentre la Lega faceva man bassa di tute blu a Mirafiori e Sesto S.Giovanni; poi, fra una telefonata dell'affranto ambasciatore Mario d'Urso e un sospiro di Guia Suspisio, è passato a salutare Vespa e Mentana, per poi proseguire verso il circolo del bridge. Lui almeno s'è dimesso. Giordano invece no: Fausto gli ha intimato: «Mantieni responsabilità e rotta». Soprattutto rotta, il piccolo segretario rifondarolo è dato «sull'orlo delle dimissioni», ma i pompieri sono già stati allertati e alla fine lo salveranno. Pecoraro Scanio, che a Natale inaugurava il nuovo hotel a 7 stelle in Galleria a Milano alla disperata ricerca del voto operaio, l'altro giorno inseguiva l'orso bruno misteriosamente scomparso dall'Adamello. Ora avrà molte tempo libero, ma di dimettersi non ci pensa neppure: anzi annuncia «un congresso straordinario dei Verdi», che è proprio quel che ci vuole «per una grande sinistra ecologista». Già prenotate alcune cabine telefoniche per ospitare l'evento. Diliberto intende «ripartire dalla falce e martello»: ecco, proprio quel che mancava. Cesare Salvi invece vuole «riaprire un ragionamento col Partito socialista», anche se faticherà a rintracciarlo, perché purtroppo non esiste più (0,7%): scomparso dal Parlamento italiano dopo 116 anni di presenza ininterrotta. Quod non fecerunt Craxi fecerunt craxini. Boselli però dice che è tutta colpa di Veltroni: «Walter ha responsabilità gravissime» in concorso esterno - si suppone - con gli elettori. Ma ora anche lui minaccia «un congresso», mentre Bobo Craxi s'interroga: «Adesso dovremo capire quanta gente c'è dietro quello 0,7%». Pochina, a occhio e croce. Con le percentuali se la cavava meglio papa Bettino: quando chiedeva il 5%, arrivava subito l'architetto Larini e glielo portava, in contanti. Una prece anche per Willer Bordon, che tre mesi fa ballava spensierato con l'amico Dini sul Titanic del governo Prodi, contribuendo a mandarlo a picco: la sua Unione Democratica Consumatori ha strappato un eccellente 0,3%. S'è consumata, democraticamente. Da dietro un cumulo di monnezza si fa vivo pure il neoassessore bassoliniano Claudio Velardi, che esulta perché - testuale - «il risultato del Pd in Campania va al di là di ogni più rosea previsione»: in effetti ha raccolto qualche voto in più dei lettori del Riformista. Totò Cardinale, che ha lasciato il seggio ereditario alla figlia Daniela, quella che «non leggo libro perché studio», assicura che la ragazza «ha contribuito a determinare il buon risultato del Pd, s'è fatta conoscere». Ma soprattutto riconoscere. Una prece per il Platinette Barbuto: 0,4%, 122 mila voti, un trionfo se si pensa che sono 15 volte i lettori del Foglio e un terzo dei telespettatori di Otto e mezzo. Intanto è già iniziata la corsa sul carro del vincitore, sport nazionale da un paio di millenni. Tutti a magnificare la «metamorfosi del Cavaliere» (quale?), il «nuovo profilo di statista», la prossima «fase costituente», magari con nuova Bicamerale. Nella notte Massimo Giannini di Repubblica dice addirittura che «il voto a Berlusconi condona i suoi processi e i conflitti d'interessi», come se si potessero mettere ai voti i reati e le illegalità, come se le urne sostituissero i tribunali, la Consulta e la Corte di giustizia europea. Emma Marcegaglia ha chiesto che «le imprese italiane ritrovino fiducia»: soprattutto due, Mediaset e Mondadori, che infatti l'altra sera schizzavano in Borsa come non mai. Intanto lo «statista» tornava sui «brogli di Prodi nel 2006». Annunciava di esser «pronto ad accettare i voti dell'opposizione sulle riforme», bontà sua. E cenava con Tarak Ben Ammar, Confalonieri, Doris, Galliani, Fede, Adreani, Ermolli, senza dimenticare l'avvocato Ghedini e il medico personale Zangrillo: praticamente, il nuovo governo.
L’Unità (16 aprile 2008)
Marco Travaglio

Si prega demonizzare il demonio

Tanto per cambiare, i veri sconfitti sono gli «esperti». Anzitutto i fattucchieri degli exit poll, che a questo punto non si capisce che li paghiamo a fare: forse anche Vanna Marchi è più attendibile di loro. E poi le mosche cocchiere dei grandi giornali che hanno speso fiumi d'inchiostro e riempito colonne di piombo per insegnare ai partiti che cosa si deve fare per vincere le elezioni e conquistare gli incerti. Gli incerti, cioè i grillini anticasta e i delusi dei grandi partiti, han fatto come sempre a modo loro. Alcuni sono rimasti a casa, ingrossando del 3 per cento le file del non voto (qualcuno dice che sono pochi: ma andatelo a raccontare a Piercasinando e a Tweed Berty, che il 3 per cento è poco). Altri si sono trascinati alle urne, votando per i due partiti più identitari, quelli che parlano chiaro, picchiano duro e si sa che cosa vogliono: la Lega Nord e l'Italia dei Valori. Gli esperti di nonsisachè avevano completamente ignorato Bossi e Di Pietro, considerandoli due incidenti della storia. Bossi parlava di fucili e Calderoli di cannoni, ma nessuno lo prendeva sul serio o dedicava editoriali alla nuova svolta secessionista del Carroccio, liquidandolo come folklore locale. Di Pietro predicava contro l'inciucio, per la libertà e il pluralismo dell'informazione soprattutto in tv, per la legalità e la tolleranza zero anche per i colletti bianchi, e veniva zittito come il solito giustizialista demonizzatore, lontano dai «veri problemi del paese» (che naturalmente sarebbero le «grandi riforme», da fare ovviamente «insieme», magari con un bel governissimo benedetto da Confindustria e Vaticano). Quei gran geni di Panebianco e Polito spiegavano addirittura a Veltroni che doveva scaricare l'Idv, magari per imbarcare qualche salma craxiana, ma soprattutto per non pregiudicare il Bene Supremo: cioè il «dialogo», la «legittimazione reciproca», le «riforme insieme». Ora che Bossi è decisivo per il Pdl e Di Pietro per il Pd, questi cosiddetti «esperti» cadranno dal pero e ci spiegheranno che le esigenze del Nord e i valori della legalità sono molto sentiti dalla gente. Oppure liquideranno il tutto come un «voto di protesta», trascurando la proposta. Che era molto chiara, netta e identitaria (fra l'altro, per quanto riguarda la Lega pigliatutto, leggermente inquietante). E la gente, soprattutto in tempo di crisi e di incertezze, sceglie le fisionomie ben definite. L'aveva scritto, purtroppo invano, Giovanni Sartori: le elezioni si vincono, da che mondo è mondo, attaccando l'avversario nei suoi punti deboli. O almeno nominandolo, ogni tanto. Solo così sì mobilita l'elettorato e si svegliano i titubanti dal letargo. Che cosa voleva la Sinistra Arcobaleno dell'imbolsito Tweed Berty? Non s'è capito (a parte lo scriteriato appoggio alla fantomatica «cordata italiana» per Alitalia), e ha perso. Che cosa voleva Piercasinando, sempre lì in mezzo tra color che son sospesi? Non s'è capito, e ha perso. Che cosa voleva il Platinette Barbuto, che diceva no all'aborto, ma sì alla legge 194? Non s'è capito, ed è letteralmente scomparso. Non pervenuto. Checché ne dicessero i tifosi del pareggio, i predicatori del dialogo, quelli convinti che «Berlusconi è cambiato», anzi «è stanco e forse lascia a Gianni Letta», che si apre «un nuovo ciclo» e che «la demonizzazione non paga», Silvio Berlusconi torna al potere per la terza volta infischiandosene del dialogo, restando sempre uguale a se stesso, e demonizzando gli avversari raccontando balle su balle, mentre gli avversari, che avrebbero potuto demonizzarlo dicendo semplicemente la verità, vi hanno rinunciato. Ecco, c'è almeno questo di buono: che nessuno, si spera, si azzarderà più ad attribuire le vittorie di Berlusconi ai «demonizzatori» che «fanno il suo gioco». In questa campagna elettorale, a parte l'Economist, il Financial Times, il Wall Street Journal, il New York Times, il Newsweek, lo Spiegel, Le Monde e altri organi del Comintern, l'unico demonizzatore è stato lui, che è riuscito persino a trasformare Uòlter in uno «Stalin mascherato» e dedito ai brogli (mentre i suoi brogliavano a più non posso). E ha vinto. Magari, ora che farà il suo terzo governo-regime a reti unificate (ha già annunciato che «Santoro continua a fare un uso criminoso della televisione pubblica» e qualcuno dovrà provvedere e qualcuno che provveda si troverà), varrebbe la pena di fargli l'opposizione e di demonizzarlo almeno un po'. Così, tanto per vedere l'effetto che fa.
L’Unità (15 aprile 2008)
Marco Travaglio